Questione di Gusto – parte 2 di 4

Queste considerazioni spinsero i webmaster di un blog dedicato al lavoro a concentrarsi sul reperimento di storie reali, che potessero gettare una luce più energica su questo spaccato di lavoratori poco conosciuti e compresi.

La rete fu, ovviamente, il loro punto di partenza. In verità restarono sbalorditi poiché la ricerca li condusse quasi subito verso l’autore di una storia triste, forse squallida, ma che purtroppo fotografa e qualifica l’Italia nella quale ci si trova a vivere nel XXI secolo.

Le notizie reperite sul web hanno numerosi meriti, la certezza della veridicità e della genuinità non è certo fra questi, ecco perché gli autori del blog decisero di incontrare di persona l’operaio della parola protagonista della vicenda.

Attraverso una difficoltosa ricerca e l’aiuto della redazione di un canale poco noto, sul quale l’autore era apparso fugacemente per denunciare l’accaduto, i blogger riuscirono ad incontrare questo lavoratore della categoria dilettanti.

Con molta semplicità, attraverso l’ausilio del multiforme mondo dei cibi, l’intervistato raccontò la storia, cercando di riassumerla usufruendo di passaggi efficaci:

– Era una giornata d’inverno, una di quelle giornate uggiose, fredde, durante le quali non hai alcuna voglia di aprire l’uscio di casa per affrontare la pungente sensazione del freddo incalzante.

Si presentava proprio uno di quei momenti propizi per la mente. Essa era chiamata a ispirarsi alle tecniche di concentrazione consigliate nella filosofia orientale, affinché fosse in grado di lenire le percezioni di freddo generate dalla implacabile azione meteo.

Fu per questo motivo che il mio corpo cominciò a essere avvolto da una morbida e piacevole sensazione di calore, al pensiero, quasi reale, di una bevanda calda.

Non ci fu bisogno di chiudere gli occhi per vedere una sequenza di vivide immagini. Le mani stringevano una grossa e variopinta tazza, colma di una vellutata bevanda, scura, forte nei colori, ma soffice, anche se energica nel suo contatto con il palato e la lingua.

Essa, avvolta dal tepore di cui il suo gusto è portatore, come in un abbraccio, diveniva istante dopo istante, una formidabile fonte, capace di trasmettere, per mezzo della mente, calore e piacevolezza a tutto il corpo.

Mi destai da quelle calde carezze. Pensai, però, che per un viaggio armonioso, in uno dei mondi racchiuso nei numerosi sapori invernali, mancasse un tassello.

Le bevande calde, soprattutto il cioccolato, non sono amiche della solitudine. Esse esprimono tutte le loro potenzialità solo quando sono assaporate in compagnia, durante una coinvolgente chiacchierata, seduti su un divano o in terra su un grosso tappeto, ai piedi caldi calzettoni e le gambe raccolte, avendo accanto a sé, o stringendo tra le braccia, vaporosi e morbidi cuscini, magari il sono reale di una donna fuori dagli schemi.

D’altro canto, anche le loro gemelle estive, “in primis” il buon bicchiere di vino, richiedono le medesime circostanze, per esprimere le loro doti, sebbene il delicato inumidirsi delle labbra, attingendo con piccoli sorsi dal bicchiere che danza tra le mani, avvenga in paesaggi e situazioni differenti.

In quel momento ero da solo, avevo bisogno di qualcosa che legasse con la necessità di essere avvolti dal calore, ma che fosse in grado di aggiungere attraverso i suoi sapori un pizzico pungente d’allegria.

Per questo motivo mi feci avvolgere dal tepore casalingo e accesi la televisione, evitando consapevolmente la fiumana del web. Non pago, mi accomodai sul divano con un grosso cestello colmo di patatine cotte al forno.

Speravo che lo stuzzicante sapore delle patatine si mescolasse alle sensazioni di una piacevole trasmissione televisiva, magari del passato, affinché fossero stimolate per intero le mie percezioni sensoriali.

Restai deluso, perché le immagini che la scatola dell’irreale trasmetteva non si sposavano per niente con la fragranza di quelle piccole nuvolette dorate. Restavano ben ancorate all’argilla informe di quelli che plasmano l’ogni dove, di quelli a cui tutto è dovuto, per data impressa su documento d’identità.

La bocca gustava la delizia del sapore, ma gli occhi percepivano il disgusto di parole, gesti e immagini che offendevano la dignità di chi lavora con serietà, di chi lo cerca con ostinazione e di chi dell’arte ne possiede una reale forma.

Spensi la televisione, posai il cestello con le patatine e decisi di protestare lavorando, volli scrivere una storia che s’ispirasse a una famosa trasmissione televisiva.

Mi avvalsi della scrittura come una terapia, anche se in quel momento avrei avuto bisogno di un cibo cremoso, energico, che fosse in grado di catturare tutto l’amaro che assaporavo, restituendomi il friccicorio del buon gusto. Pensai a un gelato artigianale.

Abbandonai l’idea, perché volevo trattenere quei sapori di cibi irreali per trasferirli nella scrittura con la speranza di riordinare lo sfasamento che le percezioni di gusto culinario e di disgusto legate alle percezioni visive avevano suscitato in me, mescolandosi in un inaspettato e indesiderato connubio.

Potrebbe sembrare strano e non appropriato unire papille gustative e percezioni sensoriali esterne di diversa natura, invece, anche la nostra mimica facciale si mette in azione non appena assaporiamo la frizzante vivacità dei sapori reali e di quelli legati alle percezioni dei sensi.

Pensiamo alle palpebre che dolcemente si chiudono per restare serrate alcuni istanti quando, con delicata maestria, la lingua schiaccia contro il palato la gustosa armonia di un cibo soffice e saporoso. Il viso resta rilassato e sorridente mentre le palpebre si risollevano affinché gli occhi percepiscano la realtà dei sapori che la lingua raccoglie dalle labbra, con un movimento lento e circolare.

Ora, di contro, la scena muta. Un’immagine di qualsivoglia genere, ma di pessimo gusto, appare ai nostri occhi, le palpebre si chiudono repentine per restar serrate con forza, mentre sul viso si formano chiare le linee che caratterizzano i segni dei sapori poco graditi, i quali non provengono solo dall’incedere dei cibi sulla lingua.

Terminai, dopo qualche tempo, la mia fatica letteraria.

continua…

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