Questione di Gusto – parte 3 di 4

Decisi di sottoporla all’attenzione della redazione che guidava il programma televisivo al quale mi ero ispirato, Amici di Maria De Filippi, volevo compiere una protesta costruttiva e diretta, da vero lavoratore.

Decisi anche di cercare una strada per poter inviare il manoscritto alla stessa potente conduttrice, multidimensionale datore di lavoro, affinché ne ottenessi un esame e anche una forma d’assenso per un’eventuale pubblicazione. Possiamo considerarlo una sorta di colloquio di lavoro. Riuscì nel mio intento con l’aiuto offertomi spontaneamente da un tramite, in contatto con uno dei collaboratori della Signora De Filippi; Garrison Rochelle.

 

Erano trascorsi circa due anni dal giorno in cui avevo inviato il plico con il materiale cartaceo e la lettera d’accompagnamento alla redazione del programma oggetto del mio lavoro, ma non avevo ancora ricevuto nulla, solo indifferenza.

Decisi, pertanto, di inviare un fax e una mail con la speranza che qualcuno avesse il buon gusto di inviarmi una risposta di qualsivoglia genere.

Ancora indifferenza.

Avevo deciso di rinunciare, ma poi un giorno le immagini che vidi scorrere sullo schermo della televisione, accompagnate dalla straripante fiumana dei social, mi fecero assumere l’espressione dello schifo. Le palpebre si abbassarono e il ghigno del disgusto mi coprì il volto, mi s’impregnò anche l’animo di quel sapore amaro, tipico dei cibi mistificati e cucinati senza il tocco amorevole dell’artista della buona cucina. Quei lavoratori venivano considerati di serie A per il loro apporto da intellettuali e da abili manovali, degni dei più alti compensi e lodi, mentre io, come moltissimi altri, eravamo degni solo di umiliazioni, derisioni, e sottrazioni di fatiche.

In quasi tutti i programmi trasmessi, compresi i telegiornali, le pagine social, i blog e l’ogni dove della rete, scorrevano notizie e immagini che palesavano le invereconde imprese di questi lavoratori specializzati.

Si palesavano esseri creati dal nulla e corredati di nulla, o rimestate “prime donne”, unitamente alla telecronaca d’insulse zuffe tra strani personaggi, di certo professionisti di alto profilo. Si susseguivano liti caratterizzate da interpreti ai quali forse non si riesce a dare una sistemazione alcuna, i quali con espressioni da invasati s’insultavano con la classe e l’intelligenza di una miriade di cellule in stato avanzato di decomposizione.

Provai a cambiare canale, a saltare da un social all’altro, ma lo spettacolo non mutava. L’accozzaglia di volti e voltucoli, che in quasi tutti i programmi e le pagine online si mescolavano e si rimpastavano per fare spazio all’ormai dilagante monopolio dei “soliti noti”, continuava a impadronirsi d’ogni immagine, soprattutto di numerosi posti di lavoro.

Fu a quel punto che le mie papille gustative cominciarono la loro danza d’insofferenza, al sapore amaro dell’insipienza che si fregia d’esser qualcosa.

Pensai a quale potesse essere il motivo per il quale tutta quella volgarità e mancanza di buon gusto avessero tanto spazio e grande visibilità, mentre io che avevo proposto una mia fatica non meritavo alcun rispetto.

Il lavoro presentato poteva essere forse anche brutto, ma rappresentava pur sempre qualcosa di concreto, originale, un lavoro di un operaio della parola, venuto fuori dalla mente, non dalla inettitudine del copiare o dell’urlare. Nonostante questo non ero degno di ottenere una risposta, di rispetto.

In fondo avevo chiesto soltanto di essere esaminato.

Il gusto amaro del mal tolto mi fece scrivere una nuova mail a quelle persone tanto cortesi e professionali della redazione di Amici.

Mi rivolsi alla redazione come se fosse una persona fisica, poiché né come persona né come lavoratore ero stato considerato degno di avere alcun contatto di almeno uno dei suoi componenti.

Con decisione, ma con educazione e senza offesa alcuna espressi il mio risentimento.

Chiesi che dopo due anni fosse mio diritto ottenere un’analisi della mia opera e una risposta, soprattutto perché non ero un mitomane o un adolescente in crisi d’identità, ero una persona, senza raccomandazione alcuna, che aveva sottoposto un lavoro a individui che sarebbero dovuti essere preparati e competenti, in virtù del lavoro delicato che svolgevano.

Qualche giorno dopo la email, mentre assaporavo il gusto avvolgente di un ottimo cioccolato al latte, squillò il telefono.

continua….

Questione di Gusto – parte 2 di 4

Queste considerazioni spinsero i webmaster di un blog dedicato al lavoro a concentrarsi sul reperimento di storie reali, che potessero gettare una luce più energica su questo spaccato di lavoratori poco conosciuti e compresi.

La rete fu, ovviamente, il loro punto di partenza. In verità restarono sbalorditi poiché la ricerca li condusse quasi subito verso l’autore di una storia triste, forse squallida, ma che purtroppo fotografa e qualifica l’Italia nella quale ci si trova a vivere nel XXI secolo.

Le notizie reperite sul web hanno numerosi meriti, la certezza della veridicità e della genuinità non è certo fra questi, ecco perché gli autori del blog decisero di incontrare di persona l’operaio della parola protagonista della vicenda.

Attraverso una difficoltosa ricerca e l’aiuto della redazione di un canale poco noto, sul quale l’autore era apparso fugacemente per denunciare l’accaduto, i blogger riuscirono ad incontrare questo lavoratore della categoria dilettanti.

Con molta semplicità, attraverso l’ausilio del multiforme mondo dei cibi, l’intervistato raccontò la storia, cercando di riassumerla usufruendo di passaggi efficaci:

– Era una giornata d’inverno, una di quelle giornate uggiose, fredde, durante le quali non hai alcuna voglia di aprire l’uscio di casa per affrontare la pungente sensazione del freddo incalzante.

Si presentava proprio uno di quei momenti propizi per la mente. Essa era chiamata a ispirarsi alle tecniche di concentrazione consigliate nella filosofia orientale, affinché fosse in grado di lenire le percezioni di freddo generate dalla implacabile azione meteo.

Fu per questo motivo che il mio corpo cominciò a essere avvolto da una morbida e piacevole sensazione di calore, al pensiero, quasi reale, di una bevanda calda.

Non ci fu bisogno di chiudere gli occhi per vedere una sequenza di vivide immagini. Le mani stringevano una grossa e variopinta tazza, colma di una vellutata bevanda, scura, forte nei colori, ma soffice, anche se energica nel suo contatto con il palato e la lingua.

Essa, avvolta dal tepore di cui il suo gusto è portatore, come in un abbraccio, diveniva istante dopo istante, una formidabile fonte, capace di trasmettere, per mezzo della mente, calore e piacevolezza a tutto il corpo.

Mi destai da quelle calde carezze. Pensai, però, che per un viaggio armonioso, in uno dei mondi racchiuso nei numerosi sapori invernali, mancasse un tassello.

Le bevande calde, soprattutto il cioccolato, non sono amiche della solitudine. Esse esprimono tutte le loro potenzialità solo quando sono assaporate in compagnia, durante una coinvolgente chiacchierata, seduti su un divano o in terra su un grosso tappeto, ai piedi caldi calzettoni e le gambe raccolte, avendo accanto a sé, o stringendo tra le braccia, vaporosi e morbidi cuscini, magari il sono reale di una donna fuori dagli schemi.

D’altro canto, anche le loro gemelle estive, “in primis” il buon bicchiere di vino, richiedono le medesime circostanze, per esprimere le loro doti, sebbene il delicato inumidirsi delle labbra, attingendo con piccoli sorsi dal bicchiere che danza tra le mani, avvenga in paesaggi e situazioni differenti.

In quel momento ero da solo, avevo bisogno di qualcosa che legasse con la necessità di essere avvolti dal calore, ma che fosse in grado di aggiungere attraverso i suoi sapori un pizzico pungente d’allegria.

Per questo motivo mi feci avvolgere dal tepore casalingo e accesi la televisione, evitando consapevolmente la fiumana del web. Non pago, mi accomodai sul divano con un grosso cestello colmo di patatine cotte al forno.

Speravo che lo stuzzicante sapore delle patatine si mescolasse alle sensazioni di una piacevole trasmissione televisiva, magari del passato, affinché fossero stimolate per intero le mie percezioni sensoriali.

Restai deluso, perché le immagini che la scatola dell’irreale trasmetteva non si sposavano per niente con la fragranza di quelle piccole nuvolette dorate. Restavano ben ancorate all’argilla informe di quelli che plasmano l’ogni dove, di quelli a cui tutto è dovuto, per data impressa su documento d’identità.

La bocca gustava la delizia del sapore, ma gli occhi percepivano il disgusto di parole, gesti e immagini che offendevano la dignità di chi lavora con serietà, di chi lo cerca con ostinazione e di chi dell’arte ne possiede una reale forma.

Spensi la televisione, posai il cestello con le patatine e decisi di protestare lavorando, volli scrivere una storia che s’ispirasse a una famosa trasmissione televisiva.

Mi avvalsi della scrittura come una terapia, anche se in quel momento avrei avuto bisogno di un cibo cremoso, energico, che fosse in grado di catturare tutto l’amaro che assaporavo, restituendomi il friccicorio del buon gusto. Pensai a un gelato artigianale.

Abbandonai l’idea, perché volevo trattenere quei sapori di cibi irreali per trasferirli nella scrittura con la speranza di riordinare lo sfasamento che le percezioni di gusto culinario e di disgusto legate alle percezioni visive avevano suscitato in me, mescolandosi in un inaspettato e indesiderato connubio.

Potrebbe sembrare strano e non appropriato unire papille gustative e percezioni sensoriali esterne di diversa natura, invece, anche la nostra mimica facciale si mette in azione non appena assaporiamo la frizzante vivacità dei sapori reali e di quelli legati alle percezioni dei sensi.

Pensiamo alle palpebre che dolcemente si chiudono per restare serrate alcuni istanti quando, con delicata maestria, la lingua schiaccia contro il palato la gustosa armonia di un cibo soffice e saporoso. Il viso resta rilassato e sorridente mentre le palpebre si risollevano affinché gli occhi percepiscano la realtà dei sapori che la lingua raccoglie dalle labbra, con un movimento lento e circolare.

Ora, di contro, la scena muta. Un’immagine di qualsivoglia genere, ma di pessimo gusto, appare ai nostri occhi, le palpebre si chiudono repentine per restar serrate con forza, mentre sul viso si formano chiare le linee che caratterizzano i segni dei sapori poco graditi, i quali non provengono solo dall’incedere dei cibi sulla lingua.

Terminai, dopo qualche tempo, la mia fatica letteraria.

continua…

da Io sono diverso – Uè Napoli! parte 2 di 2

…segue

Non da meno è l’inutilità di questa penna che null’altro sa fare se non colorare un foglio, riportando alla luce fatti che nulla di buono sembrano saperti offrire, sebbene ai propri occhi appare giusto. E’ un libro che racconta non di Napoli ma di quel perché, del quale non si deve parlare, delle tali verità a cui è meglio non credere. Verità che fanno rissa con le comodità, la convenienza, l’ignavia ma che rovinano la vita di un popolo, quanto la speranza di essere diverso.

Ho sempre detto che il napoletano, e tu che lo custodisci nel grembo mentre lo vivi ogni giorno lo confermerai, con la sua cultura, i suoi valori, ma anche con i suoi difetti può divenire un simbolo del vero, del genuino esempio da seguire. Imparando pure dagli sbagli, e da quei difetti che spesso diventano uno strumento di auto distruzione. Senza remore, ne timori, ne riverenza alcuna, è volontà di rispetto quanto amore per te Napoli, ma pure speranza per te città, mettere a nudo sopra ogni cosa quel fare utile da tenere nascosto sotto il velo, che accomuna i “per bene” e i “per male”.

Non ho la necessità di aggiungere che nel tuo DNA è intriso l’indissolubile connubio tra uomo e sport, che come in un essere umano dovrebbe sempre essere dominante.

Un connubio che esprime la completezza dei valori pronti a fondare pensieri ed azioni sul rispetto.

Molti, nelle terre del fervido razzismo, che lontano non sono, hanno sovente incontrato Napoli. Lo hanno fatto in quegli amici con i quali hanno superato tante difficoltà, sono stati sorretti, spronati, consigliati, di certo fin dal primo giorno in cui hanno deciso di tendere la mano sincera.

I napoletani, esattamente quelli che tu riconosci veri, si sono offerti alla sincerità e onestà d’animo di chiunque si è donato come un amico, un pilastro, al quale ci si poteva appoggiare nei momenti difficili, ma anche in quegli attimi nei quali c’era da lottare.

Avrebbero voluto essere laboriosi per donarti indomita e unica crescita quanto sviluppo, ma tu, Napoli, non sei fatta solo della loro napoletanità. Sei logorata e lacerata da quel qualcosa di inqualificabile che oggi sembra dominare incontrastato.

Ho sempre immaginato che la mia Napoli si schierasse in campo ponendosi alle mie spalle come baluardo, nel quale porre tutta la mia fiducia.

Tanti, che sono passati per le tue terre, restano dispiaciuti di non aver potuto vivere pienamente la napoletanità, che oggi il loro cuore infatuato vede sgretolarsi giorno dopo giorno.

Il napoletano, è necessario nel rispetto di te come terra natia ripetere ancora: “quello vero”, cerca, desidera, l’interazione, la socializzazione, l’interscambio di conoscenze e cultura, con chiunque entra in contatto, soprattutto con le persone che definisce speciali.

Il Partenopeo sa riconoscere chi apprezza e vuole comprendere la napoletanità, considerandolo a tutti gli effetti un figlio del Golfo. Con tali persone i napoletani vogliono condividere attimi, esperienze, e per questo motivo ne rispettano lo spazio vitale. Le argomentazioni che appartengono alle esternazioni che ci impediscono di vivere i napoletani, nulla hanno a che vedere con la napoletanità, con ciò che ognuno di noi ama di te città multilivello e del tuo vero popolo.

Un pensiero, questo, che per dovere di rispetto bisogna estendere ad ogni popolo.

E’ dunque tempo di dare spazio al titanico tentativo di una penna, triste, incapace e impotente che vuole chiederti perdono urlando che nessuna colpa tu puoi possedere. Tu che sei stata e cerchi di essere terra generosa, ricca, vieni invece continuamente usurpata, sbeffeggiata, lacerata da chi si fregia, gioisce, si vanta, di ciò e per ciò che mai avrà le doti capaci di comprendere.

da Io sono diverso – Uè Napoli! parte 1 di 2

Uè Napoli!

L’unico pensiero che mi pervade la mente è quello di chiederti perdono. Tu che sei terra ricca di talento, dono generoso di Dio, indomita e resistente, ferita, colpita, trafitta, umiliata, avvelenata, riesci a mostrare ancora speranza di rinascita.

Dopo aver letto il libro della vera vita napoletana che hai scritto, cercando disperatamente di riempire pagine con quell’indelebile inchiostro che solo tu sai usare, ho cercato di comprendere. Ho così capito quale è lo spirito con cui lo hai fatto. Hai assistito al continuo strappare le pagine che hai saputo riempire nei secoli passati, compiuto da chi non comprende frasi e contenuti.

Per questo, e non solo, ho deciso di portare alla luce questa storia. Una sequela di fatti reali che, per certi versi, possono essere considerati un emblema dei motivi per i quali, oggi, sembra impossibile emergere dalla melma che soffoca il Sud.

Quanto ti è stato detto, scritto e cantato, ma quanto di ciò che ti è stato promesso è stato poi mantenuto?

Troppi sono quelli che vantano la nascita nel tuo grembo, si fregiano, gloriano di cultura e tradizione che neppure conoscono, peggio non comprendono. Sono in realtà soggetti molto lontani con le azioni dal napoletano, restano privi dei contenuti del cuore, incapaci di portare Napoli nei pensieri, nell’onorevole agire.

E’ proprio per questo che loro non saranno mai in grado di ascoltarti, comprenderti, apprezzarti, rispettarti.

Ti dico che non sarai ritratta per l’ennesima volta come protagonista di un libro, musa di poesie e canzoni, sarà molto diverso rispetto alla consuetudine.

Questo mi fa sorridere con ghigno amaro, e riflettere.

E’ passato qualche giorno, diverse settimane, tanti mesi, molti anni, forse molto più di un secolo dai tempi in cui eri culla di cultura, arte, ingegno, fantasia e tanto tanto talento. Una miscellanea di qualità e capacità pronte a comprendere, rispettare, supportare, per arricchire quanto già fatto e quanto ancora c’era da fare.

Vorrei presentarti dei progetti, immediati, fulminei nella realizzazione, per curare ferite e lacerazioni, disintossicarti dal veleno che ognuno di noi ha riversato e riversa nel tuo grembo, fertile e prosperoso.

Dopo solo un continuo esondare di chiacchiere sembriamo, invece, tutti inermi, incapaci di avere concretezza e costruttiva ribellione. Ci siamo detti, ci diciamo che non dovremmo restare in disparte. In verità non abbiamo le capacità, non ti amiamo quanto dovremmo, peggio ancora, sembriamo non avere per te alcun rispetto.

continua….

La voce stridula della ragione

Come il mare che frange i suoi flutti sugli scogli, consumandoli onda dopo onda, modellandone aspetto e consistenza, lui sentiva staccare i granelli di speranza che credeva costruissero la diversità di lei.

Risuona chiaro il tonfo d’ogni precipitare racchiuso nel suo: tra noi niente c’è stato e niente ci sarà. La risacca porta con se le polveri di roccia che trascina via, nello stesso modo, il senso vuoto d’ognuna di quelle parole porta via con se unicamente la certezza del niente fisico che li ha accarezzati.

Come una mareggiata sferza incessante, potente anche la roccia più alta, così la devastante consapevolezza del mai che lei desidera ricopra il loro futuro porta via con se anche l’ultima speranza d’ogni desiderio. Il vulcano sopito di ciò che è cominciato è emerso dall’impeto stesso delle acque, alla furia delle quali riesce a resistere traendone perfino forza e maestosità. Come fa dall’unione della sua incandescente anima con la fresca limpidezza d’ogni onda.

Nessun mai, passato, presente e futuro potrà in alcun modo cancellare tutto questo.

Se a legarli fosse stata la banalità del solo intreccio fisico, a rendere reale ogni mai sarebbe bastata un’increspatura superficiale dell’acqua.

Ciò che è nato tra loro è qualcosa di diverso, è quel Quid che rende l’intreccio fisico unicamente espressione completa d’un desiderio, la fusione inevitabile delle inspiegabili alchimie dell’attrazione.

Lei si abbatterà su quel Quid con tutta la furia del perpetuo ondeggiare della ragione, ma i granelli che riuscirà a portar via saranno soltanto polveri del suo stesso essere.

Lui, sin dal primo istante, era consapevole che l’unica reale certezza sarebbe stato il niente futuro. Non immaginava, però, quanto lei con la ragione del suo sentire avrebbe snaturato il senso di quel Quid, modellandolo a suo piacere, limitando il moto ondoso del mare delle sensazioni, rinnegandolo, senza permettere che la natura del suo essere perdurasse in ogni nuova forma. Una forma sempre e comunque incapace di ribellarsi alle costruzioni della ragione.