Questione di Gusto – parte 4 di 4

Risposi, dall’altro capo la responsabile della redazione mi aggredì verbalmente sostenendo che io con le parole contenute nella mail l’avessi offesa. Cercai di chiarire che dopo due anni d’indifferenza un certo risentimento poteva essere giustificato. Lo stupore, intriso di quel sapore aspro dello sgomento, mi colse quando la cortese interlocutrice seguitò ad aggredire con la veemenza e la classe pari solo a quella di un goliardica vajàssa dei vicoli partenopei, mostrando di non essere per nulla a conoscenza dei miei precedenti tentativi di contatto.

Tra le parole urlate a caso compresi che mi invitava a rinviare il manoscritto, qualora fossi ancora interessato a farlo esaminare.

Fui tentato di risponderle come ben meritava, ma venni trattenuto da quel gusto delicato, lenitivo, soffice, avvolgente del cioccolato, che ancora ricopriva i miei sensi di gusto con una patina sottile ma ancora efficace. Probabilmente se in quell’istante a scatenare le papille gustative fosse stato del cioccolato fondente, più forte, aspro, nel suo gusto aggressivo e deciso, quasi certamente avrei consegnato alla meritevole interlocutrice ciò che con insistenza sembravano chiedere i sui modi.

Inviai subito il plico con il dattiloscritto, allegai un ricco vassoio di sfogliatelle e babà accompagnati da una missiva nella quale spiegavo di non avercela personalmente con nessuno della redazione, ma solo con l’indifferenza continuamente perpetrata ai danni di chi non possiede la stretta di “mani amiche”.

Trascorsero ancora sei mesi e tutto continuava a tacere.

La televisione seguitava a trasmettere in ogni dove la solita fiumana di nulla e di volgarità a tutti i costi. I social imperversavano con il loro potere d’imporre il “super giovane” in ogni ambito.

La beffa si palesò, però, con tutte le sue peculiarità, quando scoprì che il mio manoscritto, il mio lavoro, era stato palesemente usato da qualcuno dello staff De Filippi come un canovaccio. Non solo avevano sfruttato l’idea di fare un libro della trasmissione, ma si erano appropriati di numerose idee contenute nel manoscritto per adoperarle nel loro format di gran successo commerciale.

Il senso di buon gusto, che mi accompagnava in ogni decisione, ne aveva oramai abbastanza.

Quella redattrice, che avevo appreso guidare le redazioni di molti dei programmi nei quali primeggiavano le comparsucole rimestate, riciclate, e che forse era anche a capo del servizio di filtraggio missive che impedisce, anche alle persone oneste e propositive, di raggiungere la potente Signora De Filippi, doveva avere una lezione di stile e buon gusto.

Non persi tempo, mi recai da un elegante fioraio e inviai alla simpatica redattrice una stupenda composizione con allegato un biglietto di complimenti. Per mezzo di esso intendevo, con sarcastica scrittura, rivolgere i miei ringraziamenti alla persona che riusciva a imporsi come cuoca sopraffina, dal tocco delicato e dalla quasi soprannaturale conoscenza dell’ingrediente segreto per ogni piatto.

Volevo inoltre porgerle la mia ammirazione per quanto fosse straordinaria la classe con la quale riusciva a servire precotti, stufati e surgelati intrisi dei sapori degli O.G.M.

Conclusi, consigliandole di assaporare, prima di agire, il gusto sincero di un dolce artigianale. I suoi sensi di gusto, in questo caso, l’avrebbero di certo guidata verso una semplice azione, che l’avrebbe condotta fuori da ogni fastidio. Lei sarebbe stata avvolta nella sincera sensazione dei sapori della cucina artigianale. I cuochi di tale cucina sono, infatti, degli artisti che affidano la loro arte a un ingrediente essenziale, un pizzico di cuore, per aggiungere il tocco segreto alle pietanze.

Avvolta in una tale estasi sensoriale, la soddisfatta redattrice avrebbe scritto una semplice email di risposta. In quel messaggio le sarebbe bastato scrivere: “Non siamo interessati alla sua proposta, la cestineremo senza sfruttarla, arrivederci”.

Conclusi, invitando i protagonisti della strategica azione d’indifferenza ed esperti di commedia dell’arte, ad una gara culinaria pubblica, dove la verità avrebbe fatto assaporare il gusto sincero di un cibo artigianale.

Credete sia mai giunto il dolcetto della fortuna con la risposta, degna di una personaggio dai sapori vellutati del coraggio e del giusto agire?

Fu per questo che cercai di coinvolgere chi si promuove come lavoratore al servizio della giustizia, come Striscia la notizia. Dopo quasi dieci anni, senza che mai qualcuno si degnasse di esaminare in alcun modo lavoro e documentazione venni additato, più o meno velatamente, solo come mitomane, molestatore senza alcun valore, finanche di rispetto come persona.

Dall’alto della loro posizione di dirigenti di serie A non hanno fatto altro che denigrare il ridicolo operaio di un lavoro di serie inferiore. –

Questione di Gusto – parte 3 di 4

Decisi di sottoporla all’attenzione della redazione che guidava il programma televisivo al quale mi ero ispirato, Amici di Maria De Filippi, volevo compiere una protesta costruttiva e diretta, da vero lavoratore.

Decisi anche di cercare una strada per poter inviare il manoscritto alla stessa potente conduttrice, multidimensionale datore di lavoro, affinché ne ottenessi un esame e anche una forma d’assenso per un’eventuale pubblicazione. Possiamo considerarlo una sorta di colloquio di lavoro. Riuscì nel mio intento con l’aiuto offertomi spontaneamente da un tramite, in contatto con uno dei collaboratori della Signora De Filippi; Garrison Rochelle.

 

Erano trascorsi circa due anni dal giorno in cui avevo inviato il plico con il materiale cartaceo e la lettera d’accompagnamento alla redazione del programma oggetto del mio lavoro, ma non avevo ancora ricevuto nulla, solo indifferenza.

Decisi, pertanto, di inviare un fax e una mail con la speranza che qualcuno avesse il buon gusto di inviarmi una risposta di qualsivoglia genere.

Ancora indifferenza.

Avevo deciso di rinunciare, ma poi un giorno le immagini che vidi scorrere sullo schermo della televisione, accompagnate dalla straripante fiumana dei social, mi fecero assumere l’espressione dello schifo. Le palpebre si abbassarono e il ghigno del disgusto mi coprì il volto, mi s’impregnò anche l’animo di quel sapore amaro, tipico dei cibi mistificati e cucinati senza il tocco amorevole dell’artista della buona cucina. Quei lavoratori venivano considerati di serie A per il loro apporto da intellettuali e da abili manovali, degni dei più alti compensi e lodi, mentre io, come moltissimi altri, eravamo degni solo di umiliazioni, derisioni, e sottrazioni di fatiche.

In quasi tutti i programmi trasmessi, compresi i telegiornali, le pagine social, i blog e l’ogni dove della rete, scorrevano notizie e immagini che palesavano le invereconde imprese di questi lavoratori specializzati.

Si palesavano esseri creati dal nulla e corredati di nulla, o rimestate “prime donne”, unitamente alla telecronaca d’insulse zuffe tra strani personaggi, di certo professionisti di alto profilo. Si susseguivano liti caratterizzate da interpreti ai quali forse non si riesce a dare una sistemazione alcuna, i quali con espressioni da invasati s’insultavano con la classe e l’intelligenza di una miriade di cellule in stato avanzato di decomposizione.

Provai a cambiare canale, a saltare da un social all’altro, ma lo spettacolo non mutava. L’accozzaglia di volti e voltucoli, che in quasi tutti i programmi e le pagine online si mescolavano e si rimpastavano per fare spazio all’ormai dilagante monopolio dei “soliti noti”, continuava a impadronirsi d’ogni immagine, soprattutto di numerosi posti di lavoro.

Fu a quel punto che le mie papille gustative cominciarono la loro danza d’insofferenza, al sapore amaro dell’insipienza che si fregia d’esser qualcosa.

Pensai a quale potesse essere il motivo per il quale tutta quella volgarità e mancanza di buon gusto avessero tanto spazio e grande visibilità, mentre io che avevo proposto una mia fatica non meritavo alcun rispetto.

Il lavoro presentato poteva essere forse anche brutto, ma rappresentava pur sempre qualcosa di concreto, originale, un lavoro di un operaio della parola, venuto fuori dalla mente, non dalla inettitudine del copiare o dell’urlare. Nonostante questo non ero degno di ottenere una risposta, di rispetto.

In fondo avevo chiesto soltanto di essere esaminato.

Il gusto amaro del mal tolto mi fece scrivere una nuova mail a quelle persone tanto cortesi e professionali della redazione di Amici.

Mi rivolsi alla redazione come se fosse una persona fisica, poiché né come persona né come lavoratore ero stato considerato degno di avere alcun contatto di almeno uno dei suoi componenti.

Con decisione, ma con educazione e senza offesa alcuna espressi il mio risentimento.

Chiesi che dopo due anni fosse mio diritto ottenere un’analisi della mia opera e una risposta, soprattutto perché non ero un mitomane o un adolescente in crisi d’identità, ero una persona, senza raccomandazione alcuna, che aveva sottoposto un lavoro a individui che sarebbero dovuti essere preparati e competenti, in virtù del lavoro delicato che svolgevano.

Qualche giorno dopo la email, mentre assaporavo il gusto avvolgente di un ottimo cioccolato al latte, squillò il telefono.

continua….

Questione di Gusto – parte 1 di 4

In questi ultimi anni, purtroppo, l’Italia è costantemente foriera di stravolgimenti ed azioni che distruggono ogni aspetto della società civile, calpestando impunemente anche la dignità dei propri cittadini, e non solo.

In questo quadro, di continuo, si compiono discriminazioni anche sul tipo di lavoro che una persona svolge.

L’atavica ottusità di convenienza, che ha sempre condotto a credere che ci fossero classi di lavori e lavoratori di serie A e di serie B, è notevolmente peggiorata.

Se fino a qualche anno fa tali distinzioni, frutto unicamente d’ignoranza e conveniente classismo, si erano limitate al dualismo tra professionisti o liberi professionisti di determinati settori e “manovali”, ora s’inseriscono altri fattori enormemente discriminanti.

Queste nuove caratteristiche fanno riferimento all’età rapportata al momento nel quale si sta svolgendo quel determinato lavoro, alla notorietà raggiunta, al consenso riscosso sui social network, all’autoglorificazione per mezzo dei sovrabbondanti meccanismi all’italiana e a diverse altre macro e micro caratteristiche, alle quali una mente scevra dagli ingranaggi di taluni meccanismi fa anche fatica a pensare.

Questi perniciosi automatismi, malauguratamente, non si limitano ad essere un aspetto folkloristico della spasmodica necessità di mostrare d’essere giovani e tecnologicamente appartenenti ad un’epoca non ancora venuta. Essi incidono su aspetti importanti del vivere sociale, minandone grandemente le fondamenta.

Ecco perché l’operosità, ed è importante ribadire operosità, come quella dell’autore non da “sogno nel cassetto” viene considerata, in Italia, quasi unicamente fonte di reperimento guadagni.

Ciò accade per l’esclusivo vantaggio, materiale o di quella facciata autoglorificartice del “noi siamo”, “noi facciamo” delle “aziende” che operano nel settore ed i loro organi satellite.

Diviene consuetudine, sempre e solo in Italia, pensare che gli autori siano una sorta di nullafacenti e che scrivere sia un’attitudine comune ad ogni essere vivente, come quella di portare il cibo alla bocca, per questo prede sulle quali piombare per estrarre denaro fruibile.

Questo chiaramente accade solo a chi non è ritenuto flusso oleoso che scorre negli ingranaggi del solito meccanismo Italia.

In tale ottica, l’arduo compito di comprendere se questi operai della parola sappiano essere profondamente conoscitori e volutamente partecipi dei tre livelli della scrittura, resta azione superficiale e poco seguita da chi si erige a datore di lavoro. Una considerazione tanto bassa di questa operosità ne inficia le fondamenta qualitative.

Da un lato vanifica l’ottimo lavoro di taluni operai, rendendoli spugne abili solo ad assorbire derisione, umiliazioni o sottrazione del proprio lavoro in favore di quei meccanismi ben oleati del sistema, mentre dall’altro si dispensano onori e concrete gratificazioni, ma anche e soprattutto concrete, fruttuose, possibilità a “dirigenti” e “operai” improvvisati, o social osannati.

continua…

da Io sono diverso – Uè Napoli! parte 2 di 2

…segue

Non da meno è l’inutilità di questa penna che null’altro sa fare se non colorare un foglio, riportando alla luce fatti che nulla di buono sembrano saperti offrire, sebbene ai propri occhi appare giusto. E’ un libro che racconta non di Napoli ma di quel perché, del quale non si deve parlare, delle tali verità a cui è meglio non credere. Verità che fanno rissa con le comodità, la convenienza, l’ignavia ma che rovinano la vita di un popolo, quanto la speranza di essere diverso.

Ho sempre detto che il napoletano, e tu che lo custodisci nel grembo mentre lo vivi ogni giorno lo confermerai, con la sua cultura, i suoi valori, ma anche con i suoi difetti può divenire un simbolo del vero, del genuino esempio da seguire. Imparando pure dagli sbagli, e da quei difetti che spesso diventano uno strumento di auto distruzione. Senza remore, ne timori, ne riverenza alcuna, è volontà di rispetto quanto amore per te Napoli, ma pure speranza per te città, mettere a nudo sopra ogni cosa quel fare utile da tenere nascosto sotto il velo, che accomuna i “per bene” e i “per male”.

Non ho la necessità di aggiungere che nel tuo DNA è intriso l’indissolubile connubio tra uomo e sport, che come in un essere umano dovrebbe sempre essere dominante.

Un connubio che esprime la completezza dei valori pronti a fondare pensieri ed azioni sul rispetto.

Molti, nelle terre del fervido razzismo, che lontano non sono, hanno sovente incontrato Napoli. Lo hanno fatto in quegli amici con i quali hanno superato tante difficoltà, sono stati sorretti, spronati, consigliati, di certo fin dal primo giorno in cui hanno deciso di tendere la mano sincera.

I napoletani, esattamente quelli che tu riconosci veri, si sono offerti alla sincerità e onestà d’animo di chiunque si è donato come un amico, un pilastro, al quale ci si poteva appoggiare nei momenti difficili, ma anche in quegli attimi nei quali c’era da lottare.

Avrebbero voluto essere laboriosi per donarti indomita e unica crescita quanto sviluppo, ma tu, Napoli, non sei fatta solo della loro napoletanità. Sei logorata e lacerata da quel qualcosa di inqualificabile che oggi sembra dominare incontrastato.

Ho sempre immaginato che la mia Napoli si schierasse in campo ponendosi alle mie spalle come baluardo, nel quale porre tutta la mia fiducia.

Tanti, che sono passati per le tue terre, restano dispiaciuti di non aver potuto vivere pienamente la napoletanità, che oggi il loro cuore infatuato vede sgretolarsi giorno dopo giorno.

Il napoletano, è necessario nel rispetto di te come terra natia ripetere ancora: “quello vero”, cerca, desidera, l’interazione, la socializzazione, l’interscambio di conoscenze e cultura, con chiunque entra in contatto, soprattutto con le persone che definisce speciali.

Il Partenopeo sa riconoscere chi apprezza e vuole comprendere la napoletanità, considerandolo a tutti gli effetti un figlio del Golfo. Con tali persone i napoletani vogliono condividere attimi, esperienze, e per questo motivo ne rispettano lo spazio vitale. Le argomentazioni che appartengono alle esternazioni che ci impediscono di vivere i napoletani, nulla hanno a che vedere con la napoletanità, con ciò che ognuno di noi ama di te città multilivello e del tuo vero popolo.

Un pensiero, questo, che per dovere di rispetto bisogna estendere ad ogni popolo.

E’ dunque tempo di dare spazio al titanico tentativo di una penna, triste, incapace e impotente che vuole chiederti perdono urlando che nessuna colpa tu puoi possedere. Tu che sei stata e cerchi di essere terra generosa, ricca, vieni invece continuamente usurpata, sbeffeggiata, lacerata da chi si fregia, gioisce, si vanta, di ciò e per ciò che mai avrà le doti capaci di comprendere.

Come nascono i personaggi di Operazione P.I.C., e non solo.

La struttura di ogni personaggio è una miscela ponderata di finzione e realtà.

L’intera impalcatura su cui è costruito ogni interprete di ogni vicenda non si lascia mai sopraffare dalle esigenze di pura narrativa.

Questa potrebbe costringere il carattere, i pensieri, e le azioni in una completa elaborazione della fantasia.

La totale immersione nell’immaginario sarebbe capace di minare valore e senso.

Per questo i personaggi di Operazioni P.I.C., e di ogni opera dell’autore, sono il risultato di caratteri reali, supportati da una componente di fantasia del desiderio.

L’aspetto che fa riferimento alla realtà è una mescolanza di peculiarità, riscontrate in una sola persona o in persone differenti in momenti distinti.

La miscellanea conduce ad un connubio di pensieri, espressioni, componenti caratteriali, ed infine azioni, che realmente sono avvenute nella realtà. Queste condizioni si realizzano, per la quasi totalità delle volte, negli aspetti che in un certo qual modo l’autore, e solo lui, considera negativi.

La componente definita fantasia del desiderio è appunto ciò che rispecchia i desideri dell’autore. Ogni espressione di pensiero, discorso, azione, va a realizzare ciò che l’autore vorrebbe che accadesse nella realtà, ho quanto avrebbe voluto vedere compiuto in quelle determinate situazioni.

Molte di esse vissute concretamente da qualcuno, in uno specifico tempo e luogo. Per questo è possibile dire che i protagonisti, i coprotagonisti, ma anche le figure non essenziali, intraprendono l’inizio della storia, e delle vicende, con quei caratteri del reale che armonizzano il tangibile, per poi assumere le connotazioni della fantasia del desiderio.

Un ingrediente, che è possibile spingersi a considerare segreto, è rappresentato dalla peculiarità dei singoli, che vede alcuni personaggi mantenere l’elemento di completa realtà, negativa o positiva che sia, dal principio alla fine di ogni storia. I caratteri di realtà non sempre, però, appartengono, o sono stati riscontrati in un’unica persona reale, talune volte sono il risultato di un puzzle.

Questo tipo di lavoro è caratteristica fondamentale non solo dei personaggi ma anche delle vicende, che in modo continuo intrecciano, mescolano e legano il loro scorrere irreale con il fluire di situazioni realmente accadute.

Indiscrezioni sui protagonisti di Operazione P.I.C.

Archos era da solo su uno scoglio vicino al Castel dell’Ovo, quando ancora il silenzio e la solitudine accompagnavano le prime luci del giorno.

I suoi pensieri seguivano un solo percorso, quel tragitto li conduceva unicamente verso Rossella.

Passo dopo passo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, ho percorso strade, vie, vicoli, sperando di incrociare i tuoi occhi.

Ho esplorato volti, ho scrutato sagome, incrociato scorci di vita occasionale e il perdurare di abitudini ma incontravo solo le costruzioni dell’immaginario.

Ad ogni passo, giorno, mese, anno ho sentito trascorrere il tempo, avvertito forte il peso d’ogni soffio di speranza che svaniva.

Ora che l’ultimo, flebile, alito di quella speranza mi spinge a guardare il vuoto di ognuno di quegli affollati percorsi stringo in un forte abbraccio la tristezza della certezza di non potere mai più incrociare il tuo sguardo.

Quindi so che:

Lui ti prenderà la mano, tu ti volterai, immergerai gli occhi nei suoi, poi la stringerai di più.

Perché tu sei cosi.

In quella stretta ci sarà tutto il tuo cuore.

Quando sarete distesi sotto le carezze delle stelle, la serenità della passione esplosa, con gli occhi pieni di tenerezza, il corpo caldo di dolcezza, ti raggomitolerai nella baia del suo, forte della tua essenza.

Socchiuderai dolcemente gli occhi, senza dire nulla gli prenderai la mano, per farti avvolgere dal braccio, mentre lascerai che ti stringa a se, chiudendosi come un guscio a proteggere la sua perla, per farle sentire il calore dell’amore.

Sarà in quel momento che, senza parlare, saprai sussurrargli le parole capaci di trasportare l’infinito arcobaleno del tuo sentire, profondo, corposo, tanto denso e penetrante da pensare di poterlo toccare.

Lui sarà capace di comprendere, di sentire, sfregherà i polpastrelli per accarezzare quella corposità, la morbidezza, la forza del tuo essere.

Questa volta sarà vero, non ci saranno affascinanti e crudeli menzogne a disegnare il destino di un amore mai nato, saranno sensazioni reali, espressioni consapevoli di chi desidera aprire l’universo sopito dell’Io profondo, condividere la dimensione dei sentimenti e della passione.

Ed io che assaporo l’amaro della concretezza di tutto questo, penso, immagino, ancora e ancora, cercando nella crudeltà di questo logorante supplizio la via che mi conduca, finalmente, lontano dal bisogno di te.

Leggere gratis: Achi presenta il suo stile parte 2di2

Restando fedeli a quanto detto nella prima parte di questa presentazione dello stile dell’autore Achi, offriamo un nuovo racconto  a disposizione con la formula GRATIS.

Nel racconto La forza di essere Chiara, una giovane scrittrice, riceve per sbaglio una mail con un racconto che è stato scartato dalla giuria di un concorso letterario di cui fa parte. Incuriosita, si immerge nella lettura. Il racconto sembra quasi una favola e come tale ha un lieto fine: i due ragazzi protagonisti, originari di un paesino vicino al Vesuvio e destinati a una vita regolata dalla criminalità organizzata, riescono attraverso diverse avventure, che li porteranno fino in Giappone, a cambiare e riscattare la loro vita. Così come lo stesso racconto avrà il potere di cambiare la sensibilità e il modo di vedere la realtà di Chiara.

….Siamo andati via perché un giorno ci siamo svegliati,
abbiamo visto un bagliore lontano, una luce
che saliva, riempiva il cielo.

L’abbiamo guardata, abbiamo salutato l’alba di un mondo che non c’era più.
Abbiamo sorriso, gioito, rincorso le cose di un mondo
che non doveva esserci più.

Ci hanno fissato gli occhi sinceri, parlato le labbra morbide, ci hanno accarezzato le mani calde e soffici di un mondo che ci ha
spinti a credere.

Abbiamo camminato lungo le strade, osservato la natura giocare, visto acqua limpida e spumeggiante. Abbiamo sentito dentro di noi
la freschezza di un mondo che potrebbe esserci.

Oggi abbiamo imparato tante cose, abbiamo visto le verità
di un mondo che non c’è e i bagliori di quello che
deve esserci.

Ora chiudiamo gli occhi, vediamo spegnersi
in un rosso tramonto il giorno di un mondo
che finalmente c’è. Il nostro cuore continua a dirci
che voi siete in quel mondo, vere e reali…..

Dietro le quinte di Operazione P.I.C.

Nulla di quanto sottende la stesura di Operazione P.I.C. può essere fatto risalire a qualcosa di prestabilito.

In particolar modo perché i caratteri fondamentali dello stile dell’autore non si prestano al favore dei canoni socialmente condivisi, nel settore degli addetti ai lavori, tanto meno in quelli commerciali dei lettori e di chi cerca il loro favore.

La scelta del genere è legata a ciò che si è ritenuto un genere letterario più facilmente commerciabile, capace di arginare le possibili difficoltà generate dalla natura dell’autore.

La predilezione per taluni soggetti religiosi è legata per un verso alle caratteristiche del “cattivo di turno”, dall’altro trae ispirazione da una peculiarità non solo della città di Napoli ma di tutto il suo circondario. La zona partenopea è caratterizzata da un gran numero di edifici religiosi, non solo chiese. Ognuno di questi possiede una storia interessante ma anche una struttura architettonica che ne esalta il possibile carattere di mistero, intrigo.

Il sottosuolo della città di Napoli in particolare è possibile considerarlo una seconda città nascosta, capace d’interagire con la parte superiore proprio attraverso diversi varchi, che possono essere rinvenuti in quasi tutti questi edifici, di grande valore storico ed artistico.

La scelta di Napoli come luogo narrativo fatta da un nessuno che vuol farsi conoscere è strettamente personale. Essendo una scelta personale non è opportuno approfondirla, per evitare che qualcuno eccessivamente suscettibile e fedele allo stile italiano dell’autoglorificazione possa ritenersi offeso in qualche modo.

Le isole di Ischia e Capri non hanno bisogno di supporti, magari di un differente stile d’impegno autoctono e attenzione esterna, Procida, di contro, necessità e merita una maggiore attenzione e riguardo, soprattutto da parte dei partenopei.

E’ caratteristica peculiare, molto spesso anche intenzionale, quella dell’autore, di esprimere la diversità nella forma più naturale possibile. E’ sua convinzione che la diversità sia esclusivamente una forma di crescita ed erudizione che la naturale espressione della vita mette a disposizione dell’uomo capace, dotato d’intelletto, sotto molteplici forme.

Ecco che chi si addentrerà nella lettura sarà investito da un continuo presentarsi di spunti, situazioni, caratteri dei personaggi, specifiche azioni e reazioni non consuete, non catalogabili nelle categorie preconfezionate e riconosciute come dogmi standardizzati, imprescindibili e indicati come unico segno distintivo di qualità ed interesse.

Operazione P.I.C. è un arduo tentativo dell’autore ma anche di tutti quelli che ci hanno investito, lavorato, soprattutto di chi dovrà promuoverlo, di indicare una strada verso quella diversità d’espressione, capace di attirare a se giudizi negativi esclusivamente legati al gusto soggettivo, o ad una critica ingabbiata nell’ottusa cecità cognitiva, espressa per doti naturali o volontariamente perpetrata, in favore dei soliti meccanismi che imperano nell’ogni dove italiano.

In definitiva, come molti hanno evidenziato, questo libro può rappresentare per il lettore l’ingresso nel mondo non consueto di un autore con uno stile sopra le righe, nello stesso tempo, il consenso dei lettori abili a superare i primi due livelli di lettura per giungere fino giù al terzo, potrà donare all’autore la possibilità di ritagliarsi una nicchia di lettori e a loro stessi di poter continuare a leggere opere fuori dagli schemi in generi letterari differenti.

La voce stridula della ragione

Come il mare che frange i suoi flutti sugli scogli, consumandoli onda dopo onda, modellandone aspetto e consistenza, lui sentiva staccare i granelli di speranza che credeva costruissero la diversità di lei.

Risuona chiaro il tonfo d’ogni precipitare racchiuso nel suo: tra noi niente c’è stato e niente ci sarà. La risacca porta con se le polveri di roccia che trascina via, nello stesso modo, il senso vuoto d’ognuna di quelle parole porta via con se unicamente la certezza del niente fisico che li ha accarezzati.

Come una mareggiata sferza incessante, potente anche la roccia più alta, così la devastante consapevolezza del mai che lei desidera ricopra il loro futuro porta via con se anche l’ultima speranza d’ogni desiderio. Il vulcano sopito di ciò che è cominciato è emerso dall’impeto stesso delle acque, alla furia delle quali riesce a resistere traendone perfino forza e maestosità. Come fa dall’unione della sua incandescente anima con la fresca limpidezza d’ogni onda.

Nessun mai, passato, presente e futuro potrà in alcun modo cancellare tutto questo.

Se a legarli fosse stata la banalità del solo intreccio fisico, a rendere reale ogni mai sarebbe bastata un’increspatura superficiale dell’acqua.

Ciò che è nato tra loro è qualcosa di diverso, è quel Quid che rende l’intreccio fisico unicamente espressione completa d’un desiderio, la fusione inevitabile delle inspiegabili alchimie dell’attrazione.

Lei si abbatterà su quel Quid con tutta la furia del perpetuo ondeggiare della ragione, ma i granelli che riuscirà a portar via saranno soltanto polveri del suo stesso essere.

Lui, sin dal primo istante, era consapevole che l’unica reale certezza sarebbe stato il niente futuro. Non immaginava, però, quanto lei con la ragione del suo sentire avrebbe snaturato il senso di quel Quid, modellandolo a suo piacere, limitando il moto ondoso del mare delle sensazioni, rinnegandolo, senza permettere che la natura del suo essere perdurasse in ogni nuova forma. Una forma sempre e comunque incapace di ribellarsi alle costruzioni della ragione.