Questione di Gusto – parte 4 di 4

Risposi, dall’altro capo la responsabile della redazione mi aggredì verbalmente sostenendo che io con le parole contenute nella mail l’avessi offesa. Cercai di chiarire che dopo due anni d’indifferenza un certo risentimento poteva essere giustificato. Lo stupore, intriso di quel sapore aspro dello sgomento, mi colse quando la cortese interlocutrice seguitò ad aggredire con la veemenza e la classe pari solo a quella di un goliardica vajàssa dei vicoli partenopei, mostrando di non essere per nulla a conoscenza dei miei precedenti tentativi di contatto.

Tra le parole urlate a caso compresi che mi invitava a rinviare il manoscritto, qualora fossi ancora interessato a farlo esaminare.

Fui tentato di risponderle come ben meritava, ma venni trattenuto da quel gusto delicato, lenitivo, soffice, avvolgente del cioccolato, che ancora ricopriva i miei sensi di gusto con una patina sottile ma ancora efficace. Probabilmente se in quell’istante a scatenare le papille gustative fosse stato del cioccolato fondente, più forte, aspro, nel suo gusto aggressivo e deciso, quasi certamente avrei consegnato alla meritevole interlocutrice ciò che con insistenza sembravano chiedere i sui modi.

Inviai subito il plico con il dattiloscritto, allegai un ricco vassoio di sfogliatelle e babà accompagnati da una missiva nella quale spiegavo di non avercela personalmente con nessuno della redazione, ma solo con l’indifferenza continuamente perpetrata ai danni di chi non possiede la stretta di “mani amiche”.

Trascorsero ancora sei mesi e tutto continuava a tacere.

La televisione seguitava a trasmettere in ogni dove la solita fiumana di nulla e di volgarità a tutti i costi. I social imperversavano con il loro potere d’imporre il “super giovane” in ogni ambito.

La beffa si palesò, però, con tutte le sue peculiarità, quando scoprì che il mio manoscritto, il mio lavoro, era stato palesemente usato da qualcuno dello staff De Filippi come un canovaccio. Non solo avevano sfruttato l’idea di fare un libro della trasmissione, ma si erano appropriati di numerose idee contenute nel manoscritto per adoperarle nel loro format di gran successo commerciale.

Il senso di buon gusto, che mi accompagnava in ogni decisione, ne aveva oramai abbastanza.

Quella redattrice, che avevo appreso guidare le redazioni di molti dei programmi nei quali primeggiavano le comparsucole rimestate, riciclate, e che forse era anche a capo del servizio di filtraggio missive che impedisce, anche alle persone oneste e propositive, di raggiungere la potente Signora De Filippi, doveva avere una lezione di stile e buon gusto.

Non persi tempo, mi recai da un elegante fioraio e inviai alla simpatica redattrice una stupenda composizione con allegato un biglietto di complimenti. Per mezzo di esso intendevo, con sarcastica scrittura, rivolgere i miei ringraziamenti alla persona che riusciva a imporsi come cuoca sopraffina, dal tocco delicato e dalla quasi soprannaturale conoscenza dell’ingrediente segreto per ogni piatto.

Volevo inoltre porgerle la mia ammirazione per quanto fosse straordinaria la classe con la quale riusciva a servire precotti, stufati e surgelati intrisi dei sapori degli O.G.M.

Conclusi, consigliandole di assaporare, prima di agire, il gusto sincero di un dolce artigianale. I suoi sensi di gusto, in questo caso, l’avrebbero di certo guidata verso una semplice azione, che l’avrebbe condotta fuori da ogni fastidio. Lei sarebbe stata avvolta nella sincera sensazione dei sapori della cucina artigianale. I cuochi di tale cucina sono, infatti, degli artisti che affidano la loro arte a un ingrediente essenziale, un pizzico di cuore, per aggiungere il tocco segreto alle pietanze.

Avvolta in una tale estasi sensoriale, la soddisfatta redattrice avrebbe scritto una semplice email di risposta. In quel messaggio le sarebbe bastato scrivere: “Non siamo interessati alla sua proposta, la cestineremo senza sfruttarla, arrivederci”.

Conclusi, invitando i protagonisti della strategica azione d’indifferenza ed esperti di commedia dell’arte, ad una gara culinaria pubblica, dove la verità avrebbe fatto assaporare il gusto sincero di un cibo artigianale.

Credete sia mai giunto il dolcetto della fortuna con la risposta, degna di una personaggio dai sapori vellutati del coraggio e del giusto agire?

Fu per questo che cercai di coinvolgere chi si promuove come lavoratore al servizio della giustizia, come Striscia la notizia. Dopo quasi dieci anni, senza che mai qualcuno si degnasse di esaminare in alcun modo lavoro e documentazione venni additato, più o meno velatamente, solo come mitomane, molestatore senza alcun valore, finanche di rispetto come persona.

Dall’alto della loro posizione di dirigenti di serie A non hanno fatto altro che denigrare il ridicolo operaio di un lavoro di serie inferiore. –

Questione di Gusto – parte 3 di 4

Decisi di sottoporla all’attenzione della redazione che guidava il programma televisivo al quale mi ero ispirato, Amici di Maria De Filippi, volevo compiere una protesta costruttiva e diretta, da vero lavoratore.

Decisi anche di cercare una strada per poter inviare il manoscritto alla stessa potente conduttrice, multidimensionale datore di lavoro, affinché ne ottenessi un esame e anche una forma d’assenso per un’eventuale pubblicazione. Possiamo considerarlo una sorta di colloquio di lavoro. Riuscì nel mio intento con l’aiuto offertomi spontaneamente da un tramite, in contatto con uno dei collaboratori della Signora De Filippi; Garrison Rochelle.

 

Erano trascorsi circa due anni dal giorno in cui avevo inviato il plico con il materiale cartaceo e la lettera d’accompagnamento alla redazione del programma oggetto del mio lavoro, ma non avevo ancora ricevuto nulla, solo indifferenza.

Decisi, pertanto, di inviare un fax e una mail con la speranza che qualcuno avesse il buon gusto di inviarmi una risposta di qualsivoglia genere.

Ancora indifferenza.

Avevo deciso di rinunciare, ma poi un giorno le immagini che vidi scorrere sullo schermo della televisione, accompagnate dalla straripante fiumana dei social, mi fecero assumere l’espressione dello schifo. Le palpebre si abbassarono e il ghigno del disgusto mi coprì il volto, mi s’impregnò anche l’animo di quel sapore amaro, tipico dei cibi mistificati e cucinati senza il tocco amorevole dell’artista della buona cucina. Quei lavoratori venivano considerati di serie A per il loro apporto da intellettuali e da abili manovali, degni dei più alti compensi e lodi, mentre io, come moltissimi altri, eravamo degni solo di umiliazioni, derisioni, e sottrazioni di fatiche.

In quasi tutti i programmi trasmessi, compresi i telegiornali, le pagine social, i blog e l’ogni dove della rete, scorrevano notizie e immagini che palesavano le invereconde imprese di questi lavoratori specializzati.

Si palesavano esseri creati dal nulla e corredati di nulla, o rimestate “prime donne”, unitamente alla telecronaca d’insulse zuffe tra strani personaggi, di certo professionisti di alto profilo. Si susseguivano liti caratterizzate da interpreti ai quali forse non si riesce a dare una sistemazione alcuna, i quali con espressioni da invasati s’insultavano con la classe e l’intelligenza di una miriade di cellule in stato avanzato di decomposizione.

Provai a cambiare canale, a saltare da un social all’altro, ma lo spettacolo non mutava. L’accozzaglia di volti e voltucoli, che in quasi tutti i programmi e le pagine online si mescolavano e si rimpastavano per fare spazio all’ormai dilagante monopolio dei “soliti noti”, continuava a impadronirsi d’ogni immagine, soprattutto di numerosi posti di lavoro.

Fu a quel punto che le mie papille gustative cominciarono la loro danza d’insofferenza, al sapore amaro dell’insipienza che si fregia d’esser qualcosa.

Pensai a quale potesse essere il motivo per il quale tutta quella volgarità e mancanza di buon gusto avessero tanto spazio e grande visibilità, mentre io che avevo proposto una mia fatica non meritavo alcun rispetto.

Il lavoro presentato poteva essere forse anche brutto, ma rappresentava pur sempre qualcosa di concreto, originale, un lavoro di un operaio della parola, venuto fuori dalla mente, non dalla inettitudine del copiare o dell’urlare. Nonostante questo non ero degno di ottenere una risposta, di rispetto.

In fondo avevo chiesto soltanto di essere esaminato.

Il gusto amaro del mal tolto mi fece scrivere una nuova mail a quelle persone tanto cortesi e professionali della redazione di Amici.

Mi rivolsi alla redazione come se fosse una persona fisica, poiché né come persona né come lavoratore ero stato considerato degno di avere alcun contatto di almeno uno dei suoi componenti.

Con decisione, ma con educazione e senza offesa alcuna espressi il mio risentimento.

Chiesi che dopo due anni fosse mio diritto ottenere un’analisi della mia opera e una risposta, soprattutto perché non ero un mitomane o un adolescente in crisi d’identità, ero una persona, senza raccomandazione alcuna, che aveva sottoposto un lavoro a individui che sarebbero dovuti essere preparati e competenti, in virtù del lavoro delicato che svolgevano.

Qualche giorno dopo la email, mentre assaporavo il gusto avvolgente di un ottimo cioccolato al latte, squillò il telefono.

continua….

Questione di Gusto – parte 2 di 4

Queste considerazioni spinsero i webmaster di un blog dedicato al lavoro a concentrarsi sul reperimento di storie reali, che potessero gettare una luce più energica su questo spaccato di lavoratori poco conosciuti e compresi.

La rete fu, ovviamente, il loro punto di partenza. In verità restarono sbalorditi poiché la ricerca li condusse quasi subito verso l’autore di una storia triste, forse squallida, ma che purtroppo fotografa e qualifica l’Italia nella quale ci si trova a vivere nel XXI secolo.

Le notizie reperite sul web hanno numerosi meriti, la certezza della veridicità e della genuinità non è certo fra questi, ecco perché gli autori del blog decisero di incontrare di persona l’operaio della parola protagonista della vicenda.

Attraverso una difficoltosa ricerca e l’aiuto della redazione di un canale poco noto, sul quale l’autore era apparso fugacemente per denunciare l’accaduto, i blogger riuscirono ad incontrare questo lavoratore della categoria dilettanti.

Con molta semplicità, attraverso l’ausilio del multiforme mondo dei cibi, l’intervistato raccontò la storia, cercando di riassumerla usufruendo di passaggi efficaci:

– Era una giornata d’inverno, una di quelle giornate uggiose, fredde, durante le quali non hai alcuna voglia di aprire l’uscio di casa per affrontare la pungente sensazione del freddo incalzante.

Si presentava proprio uno di quei momenti propizi per la mente. Essa era chiamata a ispirarsi alle tecniche di concentrazione consigliate nella filosofia orientale, affinché fosse in grado di lenire le percezioni di freddo generate dalla implacabile azione meteo.

Fu per questo motivo che il mio corpo cominciò a essere avvolto da una morbida e piacevole sensazione di calore, al pensiero, quasi reale, di una bevanda calda.

Non ci fu bisogno di chiudere gli occhi per vedere una sequenza di vivide immagini. Le mani stringevano una grossa e variopinta tazza, colma di una vellutata bevanda, scura, forte nei colori, ma soffice, anche se energica nel suo contatto con il palato e la lingua.

Essa, avvolta dal tepore di cui il suo gusto è portatore, come in un abbraccio, diveniva istante dopo istante, una formidabile fonte, capace di trasmettere, per mezzo della mente, calore e piacevolezza a tutto il corpo.

Mi destai da quelle calde carezze. Pensai, però, che per un viaggio armonioso, in uno dei mondi racchiuso nei numerosi sapori invernali, mancasse un tassello.

Le bevande calde, soprattutto il cioccolato, non sono amiche della solitudine. Esse esprimono tutte le loro potenzialità solo quando sono assaporate in compagnia, durante una coinvolgente chiacchierata, seduti su un divano o in terra su un grosso tappeto, ai piedi caldi calzettoni e le gambe raccolte, avendo accanto a sé, o stringendo tra le braccia, vaporosi e morbidi cuscini, magari il sono reale di una donna fuori dagli schemi.

D’altro canto, anche le loro gemelle estive, “in primis” il buon bicchiere di vino, richiedono le medesime circostanze, per esprimere le loro doti, sebbene il delicato inumidirsi delle labbra, attingendo con piccoli sorsi dal bicchiere che danza tra le mani, avvenga in paesaggi e situazioni differenti.

In quel momento ero da solo, avevo bisogno di qualcosa che legasse con la necessità di essere avvolti dal calore, ma che fosse in grado di aggiungere attraverso i suoi sapori un pizzico pungente d’allegria.

Per questo motivo mi feci avvolgere dal tepore casalingo e accesi la televisione, evitando consapevolmente la fiumana del web. Non pago, mi accomodai sul divano con un grosso cestello colmo di patatine cotte al forno.

Speravo che lo stuzzicante sapore delle patatine si mescolasse alle sensazioni di una piacevole trasmissione televisiva, magari del passato, affinché fossero stimolate per intero le mie percezioni sensoriali.

Restai deluso, perché le immagini che la scatola dell’irreale trasmetteva non si sposavano per niente con la fragranza di quelle piccole nuvolette dorate. Restavano ben ancorate all’argilla informe di quelli che plasmano l’ogni dove, di quelli a cui tutto è dovuto, per data impressa su documento d’identità.

La bocca gustava la delizia del sapore, ma gli occhi percepivano il disgusto di parole, gesti e immagini che offendevano la dignità di chi lavora con serietà, di chi lo cerca con ostinazione e di chi dell’arte ne possiede una reale forma.

Spensi la televisione, posai il cestello con le patatine e decisi di protestare lavorando, volli scrivere una storia che s’ispirasse a una famosa trasmissione televisiva.

Mi avvalsi della scrittura come una terapia, anche se in quel momento avrei avuto bisogno di un cibo cremoso, energico, che fosse in grado di catturare tutto l’amaro che assaporavo, restituendomi il friccicorio del buon gusto. Pensai a un gelato artigianale.

Abbandonai l’idea, perché volevo trattenere quei sapori di cibi irreali per trasferirli nella scrittura con la speranza di riordinare lo sfasamento che le percezioni di gusto culinario e di disgusto legate alle percezioni visive avevano suscitato in me, mescolandosi in un inaspettato e indesiderato connubio.

Potrebbe sembrare strano e non appropriato unire papille gustative e percezioni sensoriali esterne di diversa natura, invece, anche la nostra mimica facciale si mette in azione non appena assaporiamo la frizzante vivacità dei sapori reali e di quelli legati alle percezioni dei sensi.

Pensiamo alle palpebre che dolcemente si chiudono per restare serrate alcuni istanti quando, con delicata maestria, la lingua schiaccia contro il palato la gustosa armonia di un cibo soffice e saporoso. Il viso resta rilassato e sorridente mentre le palpebre si risollevano affinché gli occhi percepiscano la realtà dei sapori che la lingua raccoglie dalle labbra, con un movimento lento e circolare.

Ora, di contro, la scena muta. Un’immagine di qualsivoglia genere, ma di pessimo gusto, appare ai nostri occhi, le palpebre si chiudono repentine per restar serrate con forza, mentre sul viso si formano chiare le linee che caratterizzano i segni dei sapori poco graditi, i quali non provengono solo dall’incedere dei cibi sulla lingua.

Terminai, dopo qualche tempo, la mia fatica letteraria.

continua…

Questione di Gusto – parte 1 di 4

In questi ultimi anni, purtroppo, l’Italia è costantemente foriera di stravolgimenti ed azioni che distruggono ogni aspetto della società civile, calpestando impunemente anche la dignità dei propri cittadini, e non solo.

In questo quadro, di continuo, si compiono discriminazioni anche sul tipo di lavoro che una persona svolge.

L’atavica ottusità di convenienza, che ha sempre condotto a credere che ci fossero classi di lavori e lavoratori di serie A e di serie B, è notevolmente peggiorata.

Se fino a qualche anno fa tali distinzioni, frutto unicamente d’ignoranza e conveniente classismo, si erano limitate al dualismo tra professionisti o liberi professionisti di determinati settori e “manovali”, ora s’inseriscono altri fattori enormemente discriminanti.

Queste nuove caratteristiche fanno riferimento all’età rapportata al momento nel quale si sta svolgendo quel determinato lavoro, alla notorietà raggiunta, al consenso riscosso sui social network, all’autoglorificazione per mezzo dei sovrabbondanti meccanismi all’italiana e a diverse altre macro e micro caratteristiche, alle quali una mente scevra dagli ingranaggi di taluni meccanismi fa anche fatica a pensare.

Questi perniciosi automatismi, malauguratamente, non si limitano ad essere un aspetto folkloristico della spasmodica necessità di mostrare d’essere giovani e tecnologicamente appartenenti ad un’epoca non ancora venuta. Essi incidono su aspetti importanti del vivere sociale, minandone grandemente le fondamenta.

Ecco perché l’operosità, ed è importante ribadire operosità, come quella dell’autore non da “sogno nel cassetto” viene considerata, in Italia, quasi unicamente fonte di reperimento guadagni.

Ciò accade per l’esclusivo vantaggio, materiale o di quella facciata autoglorificartice del “noi siamo”, “noi facciamo” delle “aziende” che operano nel settore ed i loro organi satellite.

Diviene consuetudine, sempre e solo in Italia, pensare che gli autori siano una sorta di nullafacenti e che scrivere sia un’attitudine comune ad ogni essere vivente, come quella di portare il cibo alla bocca, per questo prede sulle quali piombare per estrarre denaro fruibile.

Questo chiaramente accade solo a chi non è ritenuto flusso oleoso che scorre negli ingranaggi del solito meccanismo Italia.

In tale ottica, l’arduo compito di comprendere se questi operai della parola sappiano essere profondamente conoscitori e volutamente partecipi dei tre livelli della scrittura, resta azione superficiale e poco seguita da chi si erige a datore di lavoro. Una considerazione tanto bassa di questa operosità ne inficia le fondamenta qualitative.

Da un lato vanifica l’ottimo lavoro di taluni operai, rendendoli spugne abili solo ad assorbire derisione, umiliazioni o sottrazione del proprio lavoro in favore di quei meccanismi ben oleati del sistema, mentre dall’altro si dispensano onori e concrete gratificazioni, ma anche e soprattutto concrete, fruttuose, possibilità a “dirigenti” e “operai” improvvisati, o social osannati.

continua…

da Io sono diverso – Uè Napoli! parte 2 di 2

…segue

Non da meno è l’inutilità di questa penna che null’altro sa fare se non colorare un foglio, riportando alla luce fatti che nulla di buono sembrano saperti offrire, sebbene ai propri occhi appare giusto. E’ un libro che racconta non di Napoli ma di quel perché, del quale non si deve parlare, delle tali verità a cui è meglio non credere. Verità che fanno rissa con le comodità, la convenienza, l’ignavia ma che rovinano la vita di un popolo, quanto la speranza di essere diverso.

Ho sempre detto che il napoletano, e tu che lo custodisci nel grembo mentre lo vivi ogni giorno lo confermerai, con la sua cultura, i suoi valori, ma anche con i suoi difetti può divenire un simbolo del vero, del genuino esempio da seguire. Imparando pure dagli sbagli, e da quei difetti che spesso diventano uno strumento di auto distruzione. Senza remore, ne timori, ne riverenza alcuna, è volontà di rispetto quanto amore per te Napoli, ma pure speranza per te città, mettere a nudo sopra ogni cosa quel fare utile da tenere nascosto sotto il velo, che accomuna i “per bene” e i “per male”.

Non ho la necessità di aggiungere che nel tuo DNA è intriso l’indissolubile connubio tra uomo e sport, che come in un essere umano dovrebbe sempre essere dominante.

Un connubio che esprime la completezza dei valori pronti a fondare pensieri ed azioni sul rispetto.

Molti, nelle terre del fervido razzismo, che lontano non sono, hanno sovente incontrato Napoli. Lo hanno fatto in quegli amici con i quali hanno superato tante difficoltà, sono stati sorretti, spronati, consigliati, di certo fin dal primo giorno in cui hanno deciso di tendere la mano sincera.

I napoletani, esattamente quelli che tu riconosci veri, si sono offerti alla sincerità e onestà d’animo di chiunque si è donato come un amico, un pilastro, al quale ci si poteva appoggiare nei momenti difficili, ma anche in quegli attimi nei quali c’era da lottare.

Avrebbero voluto essere laboriosi per donarti indomita e unica crescita quanto sviluppo, ma tu, Napoli, non sei fatta solo della loro napoletanità. Sei logorata e lacerata da quel qualcosa di inqualificabile che oggi sembra dominare incontrastato.

Ho sempre immaginato che la mia Napoli si schierasse in campo ponendosi alle mie spalle come baluardo, nel quale porre tutta la mia fiducia.

Tanti, che sono passati per le tue terre, restano dispiaciuti di non aver potuto vivere pienamente la napoletanità, che oggi il loro cuore infatuato vede sgretolarsi giorno dopo giorno.

Il napoletano, è necessario nel rispetto di te come terra natia ripetere ancora: “quello vero”, cerca, desidera, l’interazione, la socializzazione, l’interscambio di conoscenze e cultura, con chiunque entra in contatto, soprattutto con le persone che definisce speciali.

Il Partenopeo sa riconoscere chi apprezza e vuole comprendere la napoletanità, considerandolo a tutti gli effetti un figlio del Golfo. Con tali persone i napoletani vogliono condividere attimi, esperienze, e per questo motivo ne rispettano lo spazio vitale. Le argomentazioni che appartengono alle esternazioni che ci impediscono di vivere i napoletani, nulla hanno a che vedere con la napoletanità, con ciò che ognuno di noi ama di te città multilivello e del tuo vero popolo.

Un pensiero, questo, che per dovere di rispetto bisogna estendere ad ogni popolo.

E’ dunque tempo di dare spazio al titanico tentativo di una penna, triste, incapace e impotente che vuole chiederti perdono urlando che nessuna colpa tu puoi possedere. Tu che sei stata e cerchi di essere terra generosa, ricca, vieni invece continuamente usurpata, sbeffeggiata, lacerata da chi si fregia, gioisce, si vanta, di ciò e per ciò che mai avrà le doti capaci di comprendere.

da Io sono diverso – Uè Napoli! parte 1 di 2

Uè Napoli!

L’unico pensiero che mi pervade la mente è quello di chiederti perdono. Tu che sei terra ricca di talento, dono generoso di Dio, indomita e resistente, ferita, colpita, trafitta, umiliata, avvelenata, riesci a mostrare ancora speranza di rinascita.

Dopo aver letto il libro della vera vita napoletana che hai scritto, cercando disperatamente di riempire pagine con quell’indelebile inchiostro che solo tu sai usare, ho cercato di comprendere. Ho così capito quale è lo spirito con cui lo hai fatto. Hai assistito al continuo strappare le pagine che hai saputo riempire nei secoli passati, compiuto da chi non comprende frasi e contenuti.

Per questo, e non solo, ho deciso di portare alla luce questa storia. Una sequela di fatti reali che, per certi versi, possono essere considerati un emblema dei motivi per i quali, oggi, sembra impossibile emergere dalla melma che soffoca il Sud.

Quanto ti è stato detto, scritto e cantato, ma quanto di ciò che ti è stato promesso è stato poi mantenuto?

Troppi sono quelli che vantano la nascita nel tuo grembo, si fregiano, gloriano di cultura e tradizione che neppure conoscono, peggio non comprendono. Sono in realtà soggetti molto lontani con le azioni dal napoletano, restano privi dei contenuti del cuore, incapaci di portare Napoli nei pensieri, nell’onorevole agire.

E’ proprio per questo che loro non saranno mai in grado di ascoltarti, comprenderti, apprezzarti, rispettarti.

Ti dico che non sarai ritratta per l’ennesima volta come protagonista di un libro, musa di poesie e canzoni, sarà molto diverso rispetto alla consuetudine.

Questo mi fa sorridere con ghigno amaro, e riflettere.

E’ passato qualche giorno, diverse settimane, tanti mesi, molti anni, forse molto più di un secolo dai tempi in cui eri culla di cultura, arte, ingegno, fantasia e tanto tanto talento. Una miscellanea di qualità e capacità pronte a comprendere, rispettare, supportare, per arricchire quanto già fatto e quanto ancora c’era da fare.

Vorrei presentarti dei progetti, immediati, fulminei nella realizzazione, per curare ferite e lacerazioni, disintossicarti dal veleno che ognuno di noi ha riversato e riversa nel tuo grembo, fertile e prosperoso.

Dopo solo un continuo esondare di chiacchiere sembriamo, invece, tutti inermi, incapaci di avere concretezza e costruttiva ribellione. Ci siamo detti, ci diciamo che non dovremmo restare in disparte. In verità non abbiamo le capacità, non ti amiamo quanto dovremmo, peggio ancora, sembriamo non avere per te alcun rispetto.

continua….

La pubblicazione di Operazione P.I.C. – 6 di 6

…segue

Dopo anni di battaglie, che non si limitano solo a questa storia, Marco e Achi decisero che non bisognava arrendersi, non volevano darla vinta al mostro Italia e alle sue dominanti creature.

Bisognava trovare uno sponsor per ricominciare tutto d’accapo, con una nuova pubblicazione. Trascorse diverso tempo, nessuna buona notizia giungeva, nonostante l’impegno profuso da Marco nella ricerca. Achi era un nessuno, non aveva alcuna caratteristica che facesse gola al multiforme sistema Italia.

A questo punto, il moto di stizza, soprattutto l’espressione della pura amicizia di Marco, si tradusse in un impegno personale e concreto. Marco, attraverso la neo nata rimborsodiviaggio.it, decise di fare personalmente da sponsor ad una nuova pubblicazione.

Pensò d’investire, cercando direttamente un fornitore di servizi editoriali, quanto più completo e professionale possibile. Si dissero che tanto era inutile cercare una casa editrice che avesse una struttura operativa non all’italiana. Marco era fortemente convito delle reali, non comuni, qualità dell’amico Achi, ritenendo giusto che avesse una possibilità di dimostrarlo, contro ogni forma di distruzione che il sistema Italia potesse mai mettere in moto. A questo punto le ricerche online condussero alla scelta.

Fu così che la &mybook divenne il punto di riferimento editoriale di questa nuova avventura.

Dopo aver esaminato gli scritti di Achi, considerato il panorama italiano, valutato le diverse strategie possibili, la scelta ricadde su un libro che Achi aveva scritto di getto qualche tempo prima.

Era tempo che Operazione P.I.C.- un mistero delle isole partenopee si facesse carico d’un’impresa quasi impossibile: lanciare Achi nel panorama italiano degli autori, per cercare poi la lungimiranza straniera che gli potesse concedere l’onore di essere un aspirante scrittore.

I protagonisti

Peppe Bruscolotti, ex difensore del Napoli degli anni settanta e del Napoli ai tempi di Maradona

Graus Editore – editore della biografia su Bruscolotti, primo editore del libro sulle vicende Paoloni e calcio scommesse

Marco Paoloni, ex portiere della Cremonese e del Benevento, coinvolto nell’inchiesta sul calcio scommesse

Rogiosi Editore – Rosario Bianco,  editore-curatore del plagio e della seconda pubblicazione del libro sulle vicende di Marco Paoloni

 

La pubblicazione di Operazione P.I.C. – parte 5 di 6

…segue

Dopo essere venuti a conoscenza dello strano accordo, Marco pretese che fosse aggiunto al contratto di pubblicazione quanto era avvenuto.

Le manovre prive di logica, dell’editore reo di plagio, continuarono con una ulteriore azione in favore del personaggio. Il calciatore di Civitavecchia riuscì ad ottenere un nuovo accordo personale. L’editore gli stampò un numero di copie che l’ex portiere avrebbe dovuto utilizzare in una presentazione nella città di Benevento, nella cui squadra aveva militato con successo prima di essere arrestato.

Queste copie furono realizzate ancor prima che avvenisse l’uscita ufficiale del libro. La peculiarità di questa anomala presentazione era rappresentata dal fatto che l’autore unico del libro, cioè Achi, doveva restare escluso sia dalla presentazione sia dagli eventuali proventi ottenuti. Il calciatore però tenne informato Achi di tutto quanto avveniva.

Fu per questo che, lui e Marco, riuscirono a scoprire quanto stava realmente accadendo. A quel punto ritennero che l’editore dovesse quantomeno delle spiegazioni. Cercarono di raggiungerlo ripetutamente, ma l’autore-editore del plagio si faceva continuamente negare.

Solo dopo diverso tempo fece giungere una sua e-mail nella quale esprimeva tutto il suo disprezzo per il personaggio, asserendo di non voler più sentire parlare del libro e di quel calciatore. Dopo questa breve apparizione scomparve senza rispettare nemmeno uno dei punti contrattuali, lo stesso fece il calciatore.

In questo quadro tragicomico prendeva il suo meritato posto anche l’ex calciatore del Napoli dei tempi d’oro. Con un tale comportamento, ancor più dannoso, fortemente lesivo per Marco ed Achi in ogni aspetto, veniva meno anche quell’accordo di non belligeranza nelle sedi legali, stipulato con lui. Emergeva con veemenza ogni sopruso, danno, beffa e quanto altro ognuno di quei personaggi aveva saputo riversare su Marco e Achi.

Non restava altro che affidarsi alle vie legali, nella speranza d’incontrare qualche figura non soffocata dal fare italiano e all’italiana. A tutt’oggi, vigilia di Natale del 2018, Marco e Achi sembrano avere alla peggio. Sono quasi sommersi dal fare italiano, continui rinvii delle udienze, personaggi che credono di essere al disopra di tutto, omertà giornalistica, insabbiamenti, persino del mostro tentacolare chiamato web, che tutto fagocita per poi riproporre in una fiumana inarrestabile.

continua….

L’intervista

Tratta da &mybook

1) Da quanto tempo scrivi? Com’è nata la tua passione per la scrittura?

1) Difficile rispondere a questa domanda, la memoria di noi d’un’altra epoca ha difficoltà quando deve tornare a ricordi di secoli passati. Diciamo che scrivo da quando al liceo facevo l’inizio e la fine dei temi di alcuni amici, nel tempo che avanzava dopo aver finito il mio. Sinceramente non so  dire se la mia sia una passione, perché fa parte della lunga lista di cose per le quali una sorta di concatenazione di eventi e menti ha lavorato per impedirmi di esprimerle nella loro completezza. Ad ogni modo il volume di scritti è aumentato da quando un editore, moltissimi anni fa, disse che se volevo emergere dovevo scrivere su qualcosa o qualcuno di noto. Io l’ho fatto ma dopo è accaduto di tutto.

2) Quali sono le fonti di ispirazione per le tue storie? Ti rifai a quello che succede nella realtà, oppure è solo frutto della tua immaginazione?

2) Le storie che racconto, come anche i personaggi, sono il risultato di una miscela ponderata di finzione e realtà. Il costrutto narrativo è costantemente supportato da situazioni e fatti che nella realtà sono stati osservati realmente, qualcuno anche volutamente provocato. Questi fatti, situazioni, anche dialoghi, non sempre, anzi direi raramente, accadono ad un’unica persona e in un dato momento. Molto spesso sono situazioni reali avvenute in momenti diversi, a persone diverse, che nella storia possono fondersi per adattarsi alla narrazione o al personaggio. In tal senso ho scritto un articolo un poco più approfondito nel mio sito, su come nascono personaggi e situazione dei libri che scrivo.

3) C’è un lettore particolare cui pensi mentre scrivi?

3) Si, sicuramente. E’ quello che mi piace definire il lettore del terzo livello. Penso che i lettori si possano dividere in tre livelli. Quelli del primo sono i lettori che preferiscono leggere, analizzare e criticare uno scritto solo fermandosi alle parole, nella loro immediata superficialità, e al racconto nel suo mantello di fatterello narrato, spesso anche banale, come accade nelle parabole o nelle storie zen. Chi desidera andare oltre si immerge nel secondo livello, nel senso specifico che quella parola, quella frase, quell’azione, ha in quel dato momento e perché, poco avvezzi alla critica più propensi al dialogo costruttivo di conoscenza, dove il gusto comprende la diversità. Infine ci sono i lettori del terzo livello, quelli per i quali è davvero difficile scrivere. Comprendono il senso della semplicità legato alla fruibilità della scrittura superficiale, si spingono a comprendere il senso reale, specifico, di parole e frasi, e sanno spingersi nel profondo della comprensione, dove ogni livello si fonde in un’unica armonia, per aprire varchi a pensieri, sensazioni, a quella comprensione che di certo non ha il senso della necessaria condivisione. Il terzo livello di scrittura e di lettura è qualcosa che possiede un quid che forse è indefinibile, come lo sono i sentimenti, pur mantenendo la concretezza reale di ciò che lo conduce ad essere percepito. E’ pensare a questo tipo di lettori che ti può far sentire realmente inadeguato, non abbastanza capace, non certo l’abitudine abusata di paragonare tutti e tutto.